Mare “malato”: la plastica nei pesci è 200 volte superiore rispetto a quella in acqua
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Ricerca internazionale su “Environmental Science & Technology”, con la partecipazione dell’Università di Firenze
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Firenze, 8 febbraio 2022 – L’inquinamento dei mari causato dalla plastica è una delle emergenze ecologiche mondiali. La conferma scientifica della rilevanza e della gravità del fenomeno arriva da uno studio internazionale pubblicato su “Environmental Science & Technology”, a cui ha partecipato Stefano Cannicci, docente di Zoologia dell’Università di Firenze, unica istituzione italiana partecipante.
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Nella ricerca guidata da studiosi dell’Università di lingua cinese di Hong Kong (“Fate and Effects of Macro-and Microplastics in Coastal Wetlands” https://doi.org/10.1021/acs.est.1c06732) sono stati passati al vaglio e standardizzati i dati contenuti in 112 lavori scientifici riguardanti l’inquinamento da macroplastica e microplastica in numerose zone umide costiere di tutti i continenti del mondo. Il risultato medio finale non lascia spazio ad interpretazioni: negli animali marini si trova una quantità di microplastiche pari a circa 200 volte quella presente nell’acqua.
“Per convenzione – spiega Stefano Cannicci – si definiscono microplastiche i pezzetti più piccoli di 0.5 cm. I dati analizzati portano ad una media di 98 pezzetti di microplastiche contenuti all’interno di ogni chilo di animale marino delle zone costiere. Si parla di granchi, crostacei, chiocciole, cozze, vongole e pesci di varie dimensioni. La plastica solo in parte viene espulsa e la restante rimane nel loro stomaco, togliendo spazio al cibo vero, con conseguente carenza di energia, fino al deperimento. Sulle coste – prosegue Cannicci – il dato è ancora peggiore: in media 156 pezzettini di microplastiche ogni chilo di sedimento”.
L’inquinamento, oltre che alle zone geografiche e climatiche, è legato alle stagioni, alla densità della popolazione e al tipo di gestione dei rifiuti. “Dallo studio – sintetizza il ricercatore dell’Ateneo fiorentino – le aree che appaiono più inquinate sono il Mediterraneo, Sud-Est Asiatico, le coste della Cina. Ma mancano studi sul Nord America: appena 5 pubblicazioni sulle 112 analizzate. In genere la plastica è più abbondante nelle foreste di mangrovie e nelle paludi”.
“Dalle ricerche passate in rassegna emerge che una parte delle plastiche è entrata nel ciclo del carbonio – spiega ancora Cannicci – cioè che esiste una flora batterica capace alla lunga di decomporla. È un elemento di speranza e uno spunto per approfondire le ricerche, ma occorre ricordare che i tempi necessari per questa azione naturale sono molto lunghi. Sull’immediato è necessario prendere coscienza che l’inquinamento delle coste, che proviene in gran parte dai fiumi, non è solo quello delle macroplastiche che coprono gli ecosistemi fino a soffocarli, ma anche quello delle microplastiche, un nemico più subdolo, ma non meno insidioso”.